IL RAPPORTO TRA PADRI E FIGLI FA SEMPRE AUDIENCE

IL RAPPORTO TRA PADRI E FIGLI FA SEMPRE AUDIENCE

 

1. I PASSI PER LA COSTRUZIONE DEL FILM

2. COLONNE PORTANTI DEL FILM

3. IL RAPPORTO PADRE/FIGLIO È UN LEGAME DI SANGUE?

 

“Creed II” è certamente un film commerciale come tanti altri, studiato a tavolino con il preciso scopo di catalizzare il maggior interesse possibile.

E questo è anche comprensibile dato che lo scopo finale è essenzialmente economico.

Il fallimento al botteghino spesso è dovuto al fatto che la pellicola non possedeva argomenti che “prendevano” il pubblico intimamente. Un film per incassare buoni risultati deve per forza di cose evocare COMPLESSI E PROBLEMI CHE LA MAGGIOR PARTE DELLE PERSONE ABITUALMENTE VIVONO.

 Secondo Box Office Mojo, il film ha incassato 115,7 milioni di dollari nel Nord America e 98,4 nel resto del mondo, per un incasso totale che supera i 214,1 milioni di dollari. Il costo del film è stato di 50 milioni di dollari.

Ultimi dati non accertati lo danno oltre quota 250 milioni di dollari d’incasso totale.

 

Non è male per un film che al suo interno è privo di novità di ogni genere.

 

Anche analizzando film spudoratamente di “cassetta” cioè creati esclusivamente per incassare, si possono sempre trovare spunti intelligenti sui quali riflettere.

 

 

1) I PASSI PER LA COSTRUZIONE DIO QUESTO FILM.

Nell’ottobre 2017, Sylvester Stallone annuncia che sarà lui stesso a dirigere e produrre il sequel di “Creed – nato per combattere” ma l’11 dicembre dello stesso anno lo stesso Stallone annuncia che la regia del sequel è affidata al giovane Steven Caple Jr., spiegando che: «Fa parte della stessa generazione di Adonis Creed e può quindi rendere la storia più realistica».

Con questa dichiarazione si cerca di creare un’attesa su qualcosa di nuovo.

 

Nel luglio 2017, Stallone annuncia il ritorno di Ivan Drago nella serie, interpretato sempre da Dolph Lundgren.

Il 15 gennaio 2018 il pugile e kickboxer romeno Florian Munteanu entra nel cast nel ruolo di Viktor Drago, figlio di Ivan.

Il 2 aprile 2018 è annunciato il ritorno di Tessa Thompson, Phylicia Rashād, Wood Harris e Andre Ward, già presenti nel primo film.

 

Le riprese del film iniziano nel marzo 2018 e terminano l’8 giugno dello stesso anno.

 

Nel primo weekend di programmazione nelle sale statunitensi il film si posiziona al secondo posto del botteghino con un incasso di 55,8 milioni di dollari, al di sopra delle aspettative iniziali, battendo l’incasso del primo film della serie “Creed” (42,1 milioni).

 

Fin da subito il pubblico e la critica, l’hanno ben accolto.

 

 

2) LE COLONNE PORTANTI DEL FILM

Se il Creed di Ryan Coogler è una lettera d’amore a Rocky, il sequel di Steven Caple Jr. è congenitamente legato a Rocky IV, con il famoso Ivan Drago, il blocco comunista, la perestrojka e tutto ciò che ne consegue.

Se Rocky IV giocava la carta dell’atleta perfetto e della politica, Creed II sceglie quella dello stereotipo familiare.

Brigitte Nielsen, madre di Viktor, ha lasciato Drago per un potente oligarca russo.

Ivan Drago è un relitto all’angolo, frustrato e rabbioso.

Adonis ha un blocco col padre defunto ma si sente in dovere di vendicarlo.

Rocky ha un pessimo rapporto con figlio e nipote.

La madre di Adonis chiede saggiamente aiuto a Rocky (come fosse il padre).

La madre di Viktor condanna il figlio quale egregia continuazione dell’incapacità paterna.

 

I protagonisti sono genitori e figli.

Il pugilato fa solo da sfondo.

 

Altre leve sono state impiegate.

 

In tanto l’immagine che ho messo in evidenza mostra i due “figli d’arte” uniti in una sola persona. In effetti, questi soggetti sono entrambi vittime dei propri padri.

Anche il cosiddetto “zio” Rocky che alla fine fa le veci di Apollo, il padre di Adonis, altro non è che la continuazione di quell’intenzionalità.

 

Entrambi i figli si trovano a ripercorrere le volontà dei loro padri e a ricalcare il loro stesso destino.

 

Alla fine del film vediamo:

  • Ivan e Viktor si allenano insieme mostrando un vero legame.

  • Adonis si reca per la prima volta alla tomba del padre Apollo per salutarlo e presentargli Bianca e la sua bambina;

  • Rocky trova il coraggio, dopo anni di silenzio, di andare a bussare alla porta di casa del figlio Robert, soprattutto per conoscere il nipotino mai visto e riabbracciare il figlio.

 

Tutti cercano di rielaborare il rapporto tra padri e figli, senza però averlo mai capito a fondo.

In realtà sono tre uomini che hanno vissuto il ruolo di padre in modo stereotipo, cioè come il senso comune della massa vuole e pretende.

 

Guardiamo più da vicino.

 

Ivan Drago con la sua frustrazione ha decretato la sconfitta del figlio. In realtà è chiaro che Viktor non combatte per se ma per la voglia di affermare se stesso del padre, a suo tempo costretto all’angolo sia del ring sia della vita, dai pugni di Rocky.

Pochi si sono accorti della figura della madre che alla fine lascia la sedia del match, vuota perché ha capito che il figlio perderà, e a questa vista, a Viktor verranno meno anche quelle poche forze residuali sulle quali poteva contare per finire il match e andare ai punti dove forse avrebbe potuto spuntare un verdetto favorevole considerato che l’arbitraggio sarebbe stato a suo favore.

Sostanzialmente un ragazzo distrutto dalla famiglia, che però sugli spettatori dell’orbe terracqueo, l’hanno tanto amato e aiutato.

 

Tutto falso. L’hanno sotterrato e distrutto grazie alla loro inevoluzione.

 

Adonis per la prima volta si reca alla tomba del padre.

Ma fa il suo stesso mestiere. È inutile negarlo.

 

Lo stesso Rocky va dal figlio per il nipote.

 

Tutti vivono un legame di sangue profondo con i propri figli, un legame che gli tiene distanti e allo stesso tempo ne fa sentire la mancanza.

 

Simbolicamente sono tutti legati da una catena, più precisamente una cintura.

Se osservi l’immagine della cintura del titolo del campione del mondo dei pesi massimi, vedrai le foto di Apollo, di Rocky e di Adonis, emergere dal bordo.

 

 

 

3) IL RAPPORTO PADRE/FIGLIO È UN LEGAME DI SANGUE?

Veniamo al mondo e ci troviamo già incasellati in una certa famiglia, con determinato nome e con tante persone intorno, padre, madre, fratelli sorelle, parenti, amici.

Avere una famiglia e delle origini non è difficile.

Più o meno ce l’hanno tutti.

 

Il fatto è che tutto questo non ci appartiene.

Avremo un padre e una madre che cercheranno di infonderci i loro valori e i loro principi. Ma così facendo in realtà ci trasmetteranno solo la loro impostazione psichica, spesso deviata, con la quale poi dovremo fare i conti durante tutta la nostra vita.

 

Essere padre di un figlio non significa averne la proprietà, né tantomeno stabilire una continuazione o un’amplificazione della propria esistenza grazie alla sua presenza.

No.

 

Avere un figlio rappresenta principalmente la modalità con la quale la vita eterna se stessa. Ma non è una cosa che fa parte di noi.

Sì, molti diranno che biologicamente ci sono delle corrispondenze a prova di esame medico innegabili. È vero, ma tutto questo è sufficiente a sentire un altro essere come tuo figlio?

No, non lo è.

 

Io pongo sempre una domanda alle persone che si lamentano dei propri figli ma che soccombono alle loro volontà, talvolta distorte, per la sola ragione che “sono sempre i loro figli, carne della loro carne, sangue del loro sangue”.

«Sceglieresti tuo figlio (o figlia) come amico (amica)?»

La quasi totalità mi risponde di no.

 

Ecco, questo è il vero problema.

Manca qualcosa per percepire un figlio come tale.

 

Ma che cosa?

 

La risposta non è facile ma penso che cercare nel campo della corrispondenza di sensibilità e di anima sia la strada giusta.

 

Un figlio è una grazia in più che la vita ci offre. Una volta raggiunta la pienezza della propria esistenza, il compimento del proprio progetto di vita, un figlio rappresenta un’aggiunta, un di più da sperimentare e godere certamente non da possedere.

Dall’alto della propria riuscita consapevole sarà possibile volere esclusivamente il suo bene, avvicinarlo sempre di più a se stesso, e amarlo dove lui è grande.

Questo è l’esatto contrario di ciò che avviene.

 

Un uomo raggiunge, se mai ce la fa, una certa maturità verso i 55 anni. Non prima. Per molti questa è considerata un’età fuori tempo massimo.

Così abbiamo un’infinità di padri che crede di educare i propri figli quando non sanno niente di se stessi. Abbiamo solo il prolungamento dei loro problemi irrisolti nei figli e una continua ricerca di compensazione da tutti i loro sacrifici.

 

Qualche raro caso comunque esiste.

Ma stiamo parlando di eccezionalità che non necessitano di cultura ma solo di anima.

 

È molto più facile trovare il proprio figlio svoltando l’angolo in una città sconosciuta, piuttosto che pensare di incontrarlo per la sola motivazione che io sono suo padre biologico.

 

Il discorso ovviamente è reversibile anche per il figlio.

 

Infatti, quante volte per crescere dobbiamo “uccidere il padre e la madre” dentro di noi?

Quante volte le persone devono lottare con figure interiori genitoriali limitanti, colpevolizzanti e ostili?

 

Il complesso materno è il maggiore ma anche quello paterno, pur essendo più debole, non scherza.

 

Il primo passo per una crescita personale è proprio quello di non dipendere affettivamente dai genitori. Capire fino in fondo, quanto queste figure abbiano fatto bene o male per la nostra funzionalità di esseri umani.

 

Questo film, da questo punto di vista è altamente patologico perché fa ricadere in un loop senza fine, confondendo falsi sentimenti con la vera vita.

Offre un’immagine di paternità complessuale che non cerca il bene del figlio ma solo risposte al proprio disagio, a scapito però di altri (i figli).

 

Sia Viktor sia Adonis non si renderanno mai conto di essere delle marionette mosse psichicamente da altri. Non conquisteranno mai la libertà, quella vera, quella ontologica.

Né potranno raggiungere la felicità.

 

L’immagine che ritrae divisi, cioè scissi, rende alla perfezione questo concetto.

Non saranno mai integri, interi, completi.

 

Potranno forse avere mai Essere.

 

 

Maurizio Fani

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