CHE COSA SIGNIFICA “PRENDERSI CURA” DELLA PERSONA AMATA?

CHE COSA SIGNIFICA “PRENDERSI CURA” DELLA PERSONA AMATA?

Quante volte, abbiamo sentito pronunciare quest’affermazione!

Ma che cosa vuol dire?

Questa canzone non va intesa come riferita alla malattia, questa è l’accostamento più immediato ma certamente il più lontano dal vero significato.

La canzone è un’appassionata dichiarazione di amore dell’Essere da parte di un individuo che ha conosciuto in parte se stesso e desidera donare questa meravigliosa esperienza a una persona, da lui profondamente amata, che considera speciale.

Ho voluto cogliere l’occasione di questa bella canzone del cantante siciliano per introdurre un argomento spesso frainteso.

Ma veniamo alla frase oggetto dell’articolo.

 

  1. PRENDERE, CURA

Se andiamo a vedere l’Enciclopedia Treccani, possiamo leggere: «Prendersi (o darsicura (di qualcosa o qualcuno) – prestare la propria assistenza a qualcuno, accudire, assistere, badare, curare, darsi premura, occuparsi».

 Il significato è quello assistenziale come se chi si prende cura avesse a che fare con persone malate oppure limitate nelle proprie possibilità.

Altra interpretazione del senso comune è riconoscere l’altro davanti a me con le sue necessità e le sue urgenze.

 

Siamo ancora troppo in superficie.

 

Intanto il “prendersi cura” non è mai disinteressato. Cioè se mi prendo cura di una persona, ho tutto l’interesse a farlo. È un atto intenzionale.

 

Perché intenzionale?

 

Scopriamo insieme la parola “prendere”.

Dal latino pretendere = esercitare una presa su cosa o persona con le mani, in modo da tenerla in una determinata posizione, spostarla secondo le proprie intenzioni.

Abbiamo una presa concreta che si riferisce a un fare generato da un’intenzione. Si tratta di un’azione sulla persona considerata nella sua totalità. Se esiste, un’intenzione ci deve anche essere uno scopo, il suo perché.

 

Passiamo al termine “cura”.

 

Curare deriva dal latino, cura o coera, che a sua volta si origina dalla radice sanscrita kav = osservare e proveniente dal termine kawi = saggio.

La cura è un atteggiamento caloroso, premuroso e sapiente nei confronti di qualcuno o qualcosa a noi caro. Prima c’è un’attenta osservazione, poi si sviluppa una conoscenza e, poi compare un’azione volta a migliorare quella situazione.

La cura è responsabilità.

La cura è consapevolezza.

La responsabilità che segue l’atto di osservare.

Osservare viene dal latino observare = custodire, proteggere, salvare avanti, intorno, sopra a qualcosa/qualcuno.

Conseguentemente la cura è un’azione che muove tutto il nostro essere, un gesto di amore e di conoscenza nei confronti di qualcosa o qualcuno che amiamo e che, vista la situazione contingente, desideriamo proteggere, migliorare, consentire il suo sviluppo naturale.

Quando si dice: «Abbi cura di te» senza saperlo esortiamo l’altro a osservarsi molto bene, ad amarsi e a capirsi, col fine ultimo di proteggere se stesso per evolvere.

 

Prendersi cura identifica un atto interessato al bene della persona amata.

Ma quale bene?

 

 

2.   ATTI ELICITI

Non si può amare una persona, ma se esiste condivisione, si può volere il suo bene.

Quando due persone stanno insieme, l’unità evolutiva della diade, composta primariamente di due egoismi riusciti, non è data dalla vicinanza fisica o geografica. Ciò che salda l’unione è la presenza di questo valore (il bene) voluto in maniera trascendentale da entrambi.

Tutti e due possiedono una mèta sovrumana che automaticamente li eleva a un’esistenza spiritualmente ricca.

 

Lo stare “insieme” corrisponde a un ulteriore piano di consapevolezza, che eleva la pienezza di ogni singolo membro della coppia. Non è sostitutivo dei due ma implementa la forza di ognuno. Cioè ogni elemento dell’unione “fa” di più, “capisce” di più rispetto a prima.

Aumenta il proprio potere vitale e realizzativo.

Ognuno è musa ispiratrice dell’altro.

 

Abbiamo identificato il bene, ma cosa ne facciamo adesso?

 

Qui compaiono gli atti eliciti.

 

Termine strano e sconosciuto che indica la nascita spontanea e quasi incontrollabile di una volontà, un desiderio, una spinta priva di specifico raziocinio.

L’atto elicito si esaurisce nella facoltà trascendentale che lo pone.

Elicito è un termine usato per indicare la nascita spontanea e quasi incontrollabile di una volontà, un desiderio, una spinta priva di specifico raziocinio. Non se ne conosce il motivo.  Un atto elicito è quello che nasce spontaneo – come accade per i sentimenti di amore od odio.

L’atto elicito è l’esercizio privilegiato dell’amore.

È un atto di volizione del piacere nel senso più alto del termine.

Se esco da un museo e mi soffermo a pensare quante belle emozioni ho provato di fronte a quella determinata opera d’arte, cresco nella  mia parte profonda che annovera il bello, il buono, il bene, per giungere a tutto il bene.

Se dico a una donna che la amo, prima di parlare sviluppo un atto elicito di volizione non dipendente da me di voler bene. La mia parte profonda che rispecchia tutto il bene che desidero per questa persona ha un incremento.

Questo indipendentemente dall’altra persona.

Il fatto di essere contento di provare questa emozione mi fa già essere di più rispetto a prima. Questi esercizi di volizione, di estetica, di profondità, e le relative frasi: “sono contento di pensare; è bello volere bene; è bello essere contenti, sono felice di amare quella persona”, costituiscono un formidabile esercizio di potenziamento di sé, di acquisizione di fiducia nelle proprie possibilità, di amore per se stessi.

Una vita interiore arricchisce quella esteriore. Che senso avrebbero quella rosa o quel diamante regalati alla donna amata se essi non fossero stati preceduti da atti eliciti (di amore)? Non sarebbero segni e simboli, ma solo fiore e pietra.

 

 

Si cresce sempre attraverso gli atti eliciti.

 

Se io penso uno più uno uguale due, e non esplicito verbalmente o lo scrivo, quell’atto mentale si riassorbe nella mia ragione, e non arricchisce nessuno, se non me che lo esercito. Se attivo un atto di tenerezza nei confronti della mia compagna lontana, lei forse non se ne accorge (dipende dalla potenza psichica), ma io sono cresciuto esistenzialmente nella mia capacità di volerle bene grazie al mio atto elìcito di amore, che eventualmente esternerò con una telefonata.

 

Io sono di più rispetto a prima!

 

Gli atti eliciti costituiscono un formidabile fattore di crescita, sono degli esercizi di volizione e di estetica che si traducono in un “essere, contenti di voler bene”.

Sono atti “belli” per la loro stessa natura intrinseca, e il bello deve sempre poter inondare la nostra vita.

Non si possono spiegare.

Non si possono comunicare.

Si provano e basta.

 

Gli atti eliciti si contrappongono agli atti volontari. Fanno parte della scolastica una disciplina filosofica.

Gli atti eliciti sono atti che possono essere non coscienti ma non per questo l’uomo non è partecipe alla loro creazione.

 

Se vivi dominato da un complesso o un tuo errore sovente attirerai quello che il complesso o l’errore vogliono e a te sembrerà normale farlo. Cioè penserai di averlo deciso tu non il complesso o l’errore.

Al contrario se vivrai te stessa ciò che ti arriva come atto elicito è in sintonia con la tua vita. E anche qui la tua volontà del bene del bello e del buono fa la sua parte.

Non ne sei cosciente ma qualcosa di te lo ha richiamato.

 

Qui si apre un’altra parentesi importante.

Un atto elicito di amore verso una persona è sempre appellato, richiamato e voluto.

 

Da chi?

 

Solitamente è un incontro di anime che li genera.

Cioè il provare amore per quella persona è una richiesta delle due anime, una loro aspirazione, una indicazione precisa, tesa all’evoluzione dei soggetti. Naturalmente non deve essere di origine complessuale.

 

Per una persona evoluta vivere di atti eliciti equivale sempre a una domanda da porsi: perché?

Fai conto di andare a casa di persone per vendere qualcosa.  Improvvisamente senza motivo senti una profonda comunione con una persona lì presente.

T’innamori di questa persona e solitamente si pensa al colpo di fulmine.

Invece quello che nasce è stabilito a priori dalla tua anima e dalla sua.

 

Può essere che tu possa aiutarla in qualcosa.  Può essere che abbiano entrambi qualcosa in comune ma può anche essere che fra i due ci sia comunanza di complesso o errori.

 

Al perché va trovata la risposta giusta.

 

 

3.   UN’ANTICA FAVOLA DI GAIO GIULIO IGINO (64 A.C.-17 D.C.) 

Iginio + stato uno scrittore e bibliotecario dell’Impero romano.

Autore delle Fabulae (una raccolta di brevi storie mitologiche scriveva:

“La «Cura, mentre stava attraversando un fiume, scorse del fango cretoso; pensierosa, ne raccolse un po’ e incominciò a dargli forma.

Mentre è intenta a stabilire che cosa abbia fatto, interviene Giove.

La «Cura» lo prega di infondere lo spirito a ciò che essa aveva fatto.

Giove acconsente volentieri. Ma quando la Cura pretese imporre il suo nome a ciò che aveva fatto, Giove glielo proibì e volle che fosse imposto il proprio. Mentre la Cura e Giove disputavano sul nome, intervenne anche la Terra, reclamando che a ciò che era stato fatto fosse imposto il proprio nome, perché aveva dato ad esso una parte del proprio corpo. I disputanti elessero Saturno, padre di Giove, a giudice. Il quale comunicò ai contendenti la seguente giusta decisione: «Tu, Giove, che hai dato lo spirito, al momento della morte riceverai lo spirito; tu, Terra, che hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma poiché fu la Cura che per prima diede forma a questo essere, fin che esso vive lo possiede la Cura. Per quanto concerne la controversia sul nome, si chiami homo poiché è fatto di humus (Terra)”.

Tratto da: Martin Heidegger, Essere e Tempo, Longanesi, Milano, 1976, pag.247

 

Abbiamo visto come l’origine del termine cura a confrontare con il sanscrito kavi saggio.

Vuol dire anche inquietudine.

La cura è responsabilità.

La responsabilità che segue l’osservazione.

 

La cura attua un progetto di vita, ha a che fare con la creazione.

 

In effetti è il lato attivo, il paradigma dell’amore stesso – di un amore non fatuo ma concreto. Un amore che come diceva Gaber diventa “materia, terra, cosa”.

Come agisce la Cura?

Prega lo spirito di entrare nella materia primigenia ancora priva della parte divina. Osserva che non c’è e ne invoca la discesa.

 

A cosa stava dando forma questa Cura?

La Cura stava creando l’essere umano vero.

Stava compiendo la creazione di un uomo non solo considerato materia ma soprattutto spirito.

 

 

I disputanti elessero Saturno a giudice.

Saturno era il padre di Giove e re dei Titani. Come narrato dal poeta greco Esiodo, poeta greco vissuto nell’VIII secolo a.C., nel suo poema “Le opere e i giorni”, ai tempi di Saturno, gli esseri umani si trovavano in una condizione di totale beatitudine: erano sostanzialmente degli dèi in terra, immuni alla fatica fisica e mentale, oltre che alle malattie.

Pur non essendo immortali, invecchiavano senza perdere vigore fisico e la terra dava loro ogni genere di risorsa utile alla sopravvivenza, senza alcuno sforzo.

Essi si trovavano nell’Età dell’Oro, la prima delle cinque ere dell’umanità, secondo Esiodo. Attraverso le successive ere (dell’Argento, del Bronzo e degli Eroi), gli esseri umani avrebbero cambiato di volta in volta indole e ruoli, rimanendo però pur sempre dei semidèi o comunque degli esseri privilegiati.

Soltanto nell’ultima (nonché attuale) era, l’Età del Ferro, gli umani sarebbero diventati una stirpe vulnerabile, effimera, che patisce il dolore fisico e mentale, la miseria, la sofferenza e la malattia ed è costretta a lavorare ai fini della sopravvivenza. Si colloca forse proprio qui l’atto della Cura di dar forma alla sua creatura fatta di fango e vita  – cioè corpo e spirito.

 

Questo racconto testimonia che La Cura, cioè la discesa dello spirito, possiederà l’uomo durante tutta la sua vita per riportarlo all’età dell’oro, alla sua originaria situazione divina di partenza.

In sostanza scoprire e riunirsi alla propria anima.

 

 

  1. IL SISTEMA DELLA CURA DI PANKSEPP

Jaak Panksepp (1943) è uno psicologo americano, psicobiologo e ricercatore in neuroscienze presso la Washington State University ed Emeritus Professor presso il Dipartimento di Psicologia della “Bowling Green State University”.

Il maggiore contributo di Panksepp è di aver evidenziato che, nei mammiferi più primitivi come nell’essere umano, esistono sette principali neuro circuiti o sistemi neuronali delle emozioni.

Panksepp ha coniato il termine “Affective Neuroscience” che delinea un nuovo campo di studi e ricerche dei meccanismi neurali delle emozioni e sulla loro evoluzione.

 

Fra i sette sistemi uno dei più importanti è quello della cura.

 

Intesa come capacità di prendersi cura, emotivamente e fisicamente, di qualcuno) è un sistema che genera legami sociali non sessuali e trae origine dalla devozione materna, simbolo della creazione del futuro essere umano.

La circuiteria neurale del sistema della cura si estende in molte regioni sottocorticali del cervello, tra cui l’ipotalamo.

Il sistema della cura proviene da quello sessuale e del piacere e poi un ramo si estende, infatti, attraverso l’ipotalamo fino al cuore del sistema della ricerca.

 

Anche qui abbiamo tre elementi imputabili al processo della creazione: il piacere e la sessualità, il prendersi cura come devozione verso la vita e il suo sviluppo secondo il progetto naturale e l’attività di ricerca incessante che sarà foriera di eterni cambiamenti e trasmutazioni.

 

Tale diramazione sembra indicare che l’attivazione del sistema della cura richiede il sistema della ricerca per orientare l’azione.

Il sistema della cura genera affetti positivi e questi sono determinati, a livello neurochimico, oltre che dall’ossitocina, dagli oppioidi endogeni: entrambe le sostanze inibiscono l’aggressività e l’irritabilità procurando piacere.

L’ossitocina, infatti, diminuisce la tolleranza agli oppiacei che, in tal modo, anche in piccole dosi esercitano un effetto di piacere.

 

Il sistema della cura aiuta il cervello ad apprendere molte competenze che poi diventano integrate come abitudini, smettendo di dipendere dall’ossitocina.

L’ossitocina e la vasopressina, inoltre, contribuiscono alla creazione dei legami sociali anche partecipando alla creazione dei ricordi. L’ossitocina in particolare, infatti, è anche legata all’utilizzo della norepinefrina (NE) che aiuterebbe a creare i ricordi sociali con l’ausilio dell’olfatto.

 

Benché sostanze simili all’ossitocina/vasopressina (phylogenetic old chimica superfamily) siano state rilevate in tutti i vertebrati e in vertebrati(54), l’Ossitocina è stata rilevata solo nei mammiferi.

I circuiti neuronali e i processi endocrini del “sistema OXT” rappresentano la fondamentale funzione evolutiva tipica dei mammiferi, in grado di controllare e, se necessario, inibire le funzioni del cervello rettile (amigdala => paura, asse dello stress => aggressività e fuga) e quindi di permettere e mantenere i comportamenti affettivi parentali: in particolare l’alta qualità delle cure materne, il togliersi il cibo per darlo ai piccoli, la stabilità della coppia e i legami emotivi materni, genitoriali, amicali e sociali.

L’OXT viene sintetizzata nell’ipotalamo e secreta dalla neuroipofisi.

L’ossitocina ha effetti sulla risposta sessuale, l’eccitazione, l’orgasmo e la sazietà sessuale.

 

Numerose ricerche sembrano confermare la concezione che i disagi infantili dovuti alla carenza di affetto materno e cure parentali generano una disfunzione del “sistema ossitocinico” per l’intera vita, con conseguenze sulle relazioni di coppia e sulle relazioni sociali.

La carenza di rapporti affettivi e sociali crea depressione con aumento dei livelli di OXT.

I bambini cresciuti in orfanotrofi o con inconsistenti cure materne evidenziano sintomi autistici con livelli molto bassi di OXT e sono soggetti a rischio di disordini emotivi e sociali.

I pazienti autistici mostrano in modo consistente una sregolazione dell’amigdala che gestisce l’evitamento (paura) o l’attrazione (piacere-OXT)

Alterazioni del Sistema Ossitocinico – come effetto dei disturbi dell’affettività – sono state rilevate attacchi di Panico, nell’Ansia Sociale, nel Disturbo Borderline, nella Schizofrenia e nella Depressione.

 

 

 

  1. CONCLUSIONI

Prendersi cura di una persona amata vuol dire agire a 360 gradi per consentirle il passaggio verso la sua riuscita, che rimane sempre il massimo livello di amore che una persona può avere nei confronti di un’altra.

Non si tratta di soddisfare i bisogni materiali o anche psicologici.

Il fulcro dell’azione di prendersi cura in un rapporto amoroso è molto, ma molto di più.

Si tratta di volere il massimo bene per l’altro e per se stessi e mentre si fa questo si prova un grande piacere. È meraviglioso “sentire” l’altra in ogni gesto che fai, in ogni scelta che operi, quando pensi a lei.

Può capitare di regalare un libro, che sentivi che dovevi portare a lei ma non capivi il motivo. Poi, ma solo dopo, quando lei lo prende tra le mani avverte una vibrazione potente che fuoriesce da quel libro e che incontra le sue mani. Capisce che è suo.

 

Ecco che comprendi pienamente che il significato di prendersi cura non si limita alla persona, non è qualcosa di materiale ma è indirizzato alla sua anima. Rappresenta un dialogo continuo col profondo delle due anime.

 

 

Attraverso il prendersi cura l’altra potrà giungere lo stato di grazia, UN EROTISMO TRASPARENTE, massima espressione della vita.

Dal latino Gratus = grato, piacevole ad altrui. Corrisponde a qualunque cosa che ci rende piacevole agli altri e quindi avvenenza, favore, ricompensa, benevolenza. Si tratta di uno stato di leggiadria di Essere che porta gli altri ad essere rapiti e ad amare quella fonte di piacevolezza.

In termini religiosi è lo speciale aiuto che dio dona a pochi eletti per raggiungere la salvezza.

 

 

Hai visto come prendersi cura è l’atto creativo per eccellenza, è la sintesi dell’innamoramento e del dare e ricevere amore vero, lontano dagli stereotipi e luoghi comuni. Così il circuito si chiude, dall’amore a prendersi cura, agli atti eliciti, alla realizzazione del progetto di natura, per giungere allo stato di grazia.

 

Il difficile è riuscire a concludere una operazione così complessa.

Puoi star certo che ogni sforzo profuso in questa direzione non andrà mai sprecato e donerà sempre i suoi frutti a chi lo intenzionerà e a colei che riceverà così tanta attenzione.

 

 

Maurizio Fani

 

Questo articolo ha un commento

  1. Grazie 😊

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